Trail delle cantine di Camporeale

Trail delle cantine di Camporeale

E si frantumavano scrigni di lumache sotto i piedi mentre dall’alto di quelle cime tonde empievasi la vista di geometrie perfette: eserciti di viti schierati e disarmati. Di grappoli nemmeno l’ombra su quei tralci arzigogolati di spalliere a modino che dominano valli e colline d’argilla in quel di Camporeale. I detriti e le macerie del terremoto del Belice, quello che nel ’68 colpì il territorio e i suoi abitanti ancora si scrutano tra le case disabitate e quelle non ricostruite, tra lo sfacelo e la paura, il bisogno e la necessità di scappare.  Ma se c’è un esempio di resilienza nella terra e nei suoi abitanti, dalla lista non si può depennare il riscatto dei camporealeasi, la forza dell’agricoltura, il tesoro delle viti.

Lì si raccoglie prima. Prima ancora dell’anticipo di una vendemmia che sull’Etna, per esempio, otterrà un calo di produzione non indifferente. E non solo in quantità: la defogliazione, che molti si ostinano a praticare imperterriti- non variandola in base alle condizioni climatiche e alle previsioni di un’estate torrida come quella appena trascorsa- ha portato non solo all’ispessimento delle bucce e a un punto di maturazione in cui la resa alcolica non sarà direttamente proporzionale al grado zuccherino, ma anche alla moria di molte piante che per quanto resistenti, prive delle difese del fogliame, hanno smesso di lottare contro il caldo e la sete. Sull’Etna, ahimè, non ci sono molti impianti d’irrigazione che evitano ai vigneti di andare in sofferenza, diversamente dai più fortunati cugini dell’est della Sicilia costretti dai fondi argillosi a garantirsi fonti alternative di approvvigionamento idrico.

Così sono finita tra i campi dionisiaci camporealesi. Ci sono finita perché continuo a frequentare quel gruppo di appassionati che organizzano trail non solo per passione ma per lo sviluppo e la promozione del proprio territorio, valorizzandone le risorse. Il Trail delle cantine si è svolto a Camporeale domenica 24 settembre, nonostante la stessa mattina una bella scarica d’acqua, vento, fulmini e tempesta-non pioveva da sei mesi! - avesse reso il percorso altamente scivoloso, aumentando non di poco il grado di difficoltà della gara. Ovviamente siamo partiti lo stesso, impantanati fino alle ginocchia sulla prima viscidissima salita che ha visto gente rotolare e sprofondare nel fango più volte ma che ha sancito il trionfo del solito spirito sportivo che porta gli atleti ad aiutarsi e a fare catene umane per arrivare fino in cima. Tutti. Nel frattempo al cielo era sbollita la rabbia e, nel suo azzurro, lui sorrideva di sole. Avanzare nel fango dei campi, confesso, che è stato difficile: ci muovevamo come bradipi, con 2-3 kg di melma abbarbicati ad ogni scarpa, vagando tra i filari di Rapitalà, Porte del Vento, Fattorie Azzolino, Alessandro di Camporeale, Valdibella. Punti di ristoro offerti da cinque eccellenze della viticoltura camporealese che ci hanno ospitato tra distese infinite di viti ordinate per riprenderci dalle fatiche di salite impervie e impreviste. E sali scendi in quelli che erano diventati veri e propri pantani. Mi sentivo molto simile ai pallavolisti, esattamente pensavo al cartone animato Mila e Shiro in cui gli atleti si allenavano con cavigliere e polsini pesanti per accentuare la potenza dei salti e delle schiacciate. Sì, mi sentivo un po’ come loro. E ad ogni tratto d’asfalto che generalmente non preferisco ma che questa volta anelavo con tutta me stessa, provavamo a scrollarci materiale dalle suole, con risultati scarsi, devo dire. Comunque siamo andati avanti divertendoci, come sempre, come tutte le volte che affronti una gara di trail che sistematicamente si trasforma in una giornata avvincente, in un quadro avventuroso da inserire nel tuo palmares dei ricordi. E scopri sempre cose inimmaginabili tipo le distese infinite di meloni gialli accanto le vigne: il violetto e l’ocra dei grappoli raccolti sostituito dall’oro di cucurbitacee in maturazione. Non ti immagini neanche che dopo tutto questo ti aspetti la scarpinata finale con altre conchiglie che si sminuzzano sotto i piedi e l’ombra tanto bramata all’interno di una pineta il cui profumo era esaltato dalla recente pioggia.

 E senti lo speaker che si avvicina, i rumori di un paese che ti attende, gli abitanti che fanno il tifo e allora corri più forte e attraversi l’arco del baglio che precede l’arrivo. E ti aspetta un ristoro di granite, una medaglia, la premiazione, la soddisfazione e la gioia. Mi avevano preannunciato che il banchetto finale avrebbe retto il paragone con un matrimonio ma la mente era impegnata a gestire l’adrenalina, il corpo a dissolvere l’acido lattico. A Valdibella abbiamo fatto festa con tutti i vini offerti dalla cantina e i prodotti locali dei cittadini camporealesi: bruschette di tre tipi, schiacciatelle con salame e provola, pane condito con acciughe e primosale; due tipi di pasta con i prodotti dell’orto, la salsiccia sulla brace e dolci da dipendenza.

Poi ti metti in macchina e ti spari 3 h e 30 di strada pensando a quando sarà la prossima gara e a quella salsiccia dell’antica macelleria Amato –dal 1920- che in un modo o nell’altro devi recuperare per forza: insuperabile.

n.b. Muoversi ha un'importanza fondamentale per il corpo, la mente, le relazioni umane.

26-09-2017

Marzia Scala