Think global, act local

Think global, act local

Avrei voluto ricominciare a scrivere di vino descrivendo una delle decine di nuove realtà che sono germogliate sul pianeta Etna, raccontarvi delle collaborazioni, delle fusioni, di acquisti e vendite, di passaggi di ruolo e trasferimenti di personaggi.  E qualcosa certo ve la racconterò di sicuro in questa metà spaccata di novembre in cui si raccolgono le ulive guardando il cappello bianco della montagna, col cappuccio in testa, le mani gelate da temperature basse. Questo assaggio d’inverno su cui non possiamo fare affidamento per rassegnarci a una costante necessità di prolungare le ore in cui saremo costretti a tenere accesi i riscaldamenti, questo presagio di Natale imminente con le lucine rosse e le decorazioni brillanti è il nuovo vento di cambiamenti mondiali che non si riflette solo su un clima più tendente al tropicale -con tutti i pro e i contro- ma che si millesima in tutte le sfumature dell’enologia globale. E globale che significa?

Ai tempi in cui studiavo sociologia all’università, il termine globalizzazione era già stato soppiantato da quello meno omogeneizzante di glocalizzazione il che sembrava più costruttivo, identitario, garante delle culture specifiche, tendente al progresso per la valorizzazione dei singoli territori. Così si cercava di attirare capitali stranieri perché potessero investire a casa nostra e fare delle nostre aziende imprese internazionalizzate. Tutto questo sembra funzionale, logico, redditizio ma certamente non rappresentativo di un’arte, quella vitivinicola, di cui ci fregiamo in tutto il mondo. Ormai anche noi vignaiuoli etnei. Se pensiamo a quanti non siciliani sono venuti dalla Vulcanessa, a tutti i casali ristrutturati, alla bellezza restituita a proprietà in totale abbandono destinate alla depredazione e agli incendi, al ripristino di terrazze e mulattiere, all’ondata qualitativa di media e sales manager…se guardo tutto questo ogni volta che respiro benessere mentre corro per le Contrade, io scoppio di gioia e di orgoglio. Non è certamente l’invidia mostruosa che straborda dal mio animo dicendo peste e corna degli stranieri usurpatori. Ma qualcuno ci ha per caso impedito di fare vino buono fino ad ora? A qualcuno quel fazzoletto di terra con le viti ad alberello e piede franco è mai interessato? E, ancora, siamo stati costretti a vendere terreni che neanche ricordavate di avere? Intanto le campagne sono rivissute, molti giovani nativi hanno un lavoro, il turismo ha subito un’impennata. E noi, poveri noi, sempre e comunque a lamentarci. Perché -come scriveva Tomasi di Lampedusa- i siciliani rimproverano chi fa. Quindi smettiamola di storcere i musi e fare gli altezzosi davanti a chi, invece, ha voluto fare e rischiare e applaudiamo con entusiasmo coloro che le vigne dei nonni le hanno fatte diventare gioielli da indossare con orgoglio tutti i giorni in cui le mani impugnano zappe, i piedi affondano nella terra nera.

Generalmente non sono solita addentrarmi in questioni sociali e polemiche; cerco di raccontare solo le sensazioni che mi trasmettono persone e aziende, ma stavolta non riesco a esimermi dal prendere posizione e se noi tutti facessimo un’analisi oggettiva della situazione reale…certo non mi garba che qualche milionario cinese venga a comprare in Borgogna come sull’Etna investendo quantità di denaro inimmaginabili -pur creando indotti- stravolgendo le tenute baroccandole a più non posso, pretendendo vini al gusto di mela, sopprimendo i vitigni a bacca bianca per privilegiare quelli a bacca rossa per esportare l’intera produzione vinicola negli shop della gdo asiatica. Questo non mi piace, sia chiaro.  Accade però, contemporaneamente al resto. Fare previsioni sul futuro no, mi spingerei troppo oltre le mie non surreali competenze.

Do solo il benvenuto a tutti quelli che le viti le amano davvero, che sanno di quali parti si compongono, che hanno una coscienza sensibile e corretta verso territori nuovi, la Sicilia, l’Etna. E buon lavoro a tutti i miei giovani amici locali che della viticoltura hanno fatto la propria missione di vita.

Scelgo un'immagine che adoro e che dimostra l'entusiasmo di una coppia simbolo della viticoltura randazzese. Sono i ragazzi di Vini Scirto, Giuseppe e Valeria.

 

15-11-17

Marzia Scala