Savoca misteriosa

Savoca misteriosa

Savoca misteriosa

Noi siamo soliti scegliere mete turistiche in periodi in cui di turisti non si vede l’ombra ma, almeno, si trovano gli abitanti!

Io a casa posso starci poco: poi mi annoio, mi deprimo e, peggio di tutto, dirigo le mie energie cerebrali verso luoghi pericolosi. Non è una tendenza solo mia, però: generalmente gli esseri umani dotati di curiosità e voglia di fare, gli esseri umani che il cervello lo fanno lavorare, quegli esseri umani funzionano così. E, allora, quale migliore occasione di una triste, uggiosa giornata di gennaio, col vento che gli alberi li sradica, avrebbero potuto scegliere due sfacinnati di domenica pomeriggio?

Ieri, per l’appunto, ce ne siamo andati a Savoca. Desideravo visitare questo borgo inserito tra i più belli d’Italia da molto tempo perché il fatto che spunti uno straniero e mi racconti delle meraviglie-a me sconosciute- accanto casa mia e io debba abbassare gli occhi per la vergogna, mi suscita un senso di avvilimento rabbioso contro me stessa che non mi sembra il caso di perpetuare.

Quindi ci incamminiamo alla volta di un villaggio arroccato sui monti che circonda la Valle d’Agrò. E salendo s’illumina la sera di luci arancio su pietra bianca. Già fa effetto. Perché noi dell’Etna tutto di pietra lavica abbiamo (sbandata linguistica palermitana) e gli occhi si abituano a riflettere quel nero lucido, vigoroso e pieno di pori e di screzi, nell’anima frastagliata dalle mille sfumature contraddittorie di uno spartito diretto da un vulcano femmina.

Il giro di perlustrazione per trovare il parcheggio ci fa presagire che non avremo difficoltà per depositare la macchina. Guidati da un cartello riusciamo a posteggiare e devo dire che l’atmosfera è un po’ lugubre. C’è questa specie di anello di mura attorno alla città, una serpentina curvilinea d’asfalto e d’oleandri spezzati, qualche camion fermo non so da quanto. Non è invitante, per niente.

Ma poi c’è il risvolto della medaglia. C’è questo inoltrarsi in un borgo che sale e scende e gira e volta. C’è questo labirinto in cui due innamorati si cercano e si nascondono per sfiorarsi le labbra su muretti bassi che costeggiano stradelle su precipizi; c’è questo rincorrersi-chi va più veloce, chi più lento- e giocare a nascondino nelle rientranze delle case buie, dolci come marzapane, adorne di vasi e piante; c’è il bisogno di accovacciarsi per fare pipì tra l’erba alta di antichi ruderi. Perché se le case sono disabitate anche i locali sono chiusi e, allora, come fai? Tanto non ti vede nessuno. Nessuno passa, nessuno si muove. Qualcuno, certo, osserva dalle persiane che filtrano luce, da quelle poche finestre che trasudano di vissuto e di vivo tra le bifore quattrocentesche. Non voglio dire che sia un paese morto. Non è questa la sensazione che mi ha dato Savoca. Ci sono gatti e ci sono rane; le piante di agrumi troneggiano e decorano gli angoli ma non puoi coglierne i frutti succosi perché qualcuno c’ha già pensato. Forse due avventori come noi o, forse, quei pochi abitanti che si godono il borgo. Teatro perfetto per una gara di corsa-mi viene in mente- e non solo sede dello storico Bar Vitelli e set prescelto  per la saga dei Corleone. Anche se una foto poi, davanti a quel locale simbolo de Il Padrino te la fai lo stesso immaginando come sarà quando brulicherà di gente nelle sere d’estate. D’estate bisognerà tornarci o anche no: io mi sono divertita come una ragazzina che si rotola sull’erba mentre i calzoni s’intingono di verde. E, allora, se questi luoghi ti fanno tornare bambina, se fanno rinascere il fanciullino di Pascoli, allora va bene perché la magia si è compiuta. Hai vissuto una fiaba con tanto di personaggi  fatati, ti sei innamorata di nuovo del tuo compagno che quasi voleva suonare alle porte delle rare case abitate per osservarne gli abitanti-quasi credesse avessero una forma di gnomi-, hai respirato il vento che si scontra tra i monti e atterra sul mare in quell’incanto di terra di mezzo tra la Sicilia e la Calabria. Ti sei mossa fra più mondi e la tua testa ha ricominciato a dirigersi verso la creatività e la bellezza del voler fare.

Ed eccomi qua, dopo tanto tempo, su un foglio di word che si componeva nella mia testa appena scesa dall’auto.

 

Marzia Scala

22-01-2018